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La prima guerra di Internet: il conflitto russo-ucraino

Se per millenni le guerre sono state combattute nella maniera “tradizionale”, oggi le dinamiche dei conflitti armati sono cambiate. Non c’è guerra e non c’è resistenza se dietro non vi è una buona e solida propaganda in grado di reggere i colpi inflitti dai nemici. La retorica e la persuasione comunicativa sono le armi più letali in qualsiasi conflitto, da sempre. Infatti, la comunicazione e l’informazione giocano un ruolo fondamentale nella costruzione di un’identità politica, così come la disinformazione aiuta a screditare il nemico ottenendo un maggior numero di consensi.

La storia non cambia e i conflitti non cessano. Ciò che però è cambiato è il modo di comunicare per influenzare le masse. Una propaganda politica in stile anni ’30 del Novecento non sarebbe mai efficace in uno scenario militare attuale, poiché le società cambiano e con esse anche il modo di condizionarle. L’evoluzione tecnologica ha svolto un ruolo fondamentale nella creazione di nuove piattaforme online che permettono agli utenti una comunicazione istantanea e diffusa a livello mondiale, tanto da renderli degli strumenti in grado di rivelarsi letali in una situazione delicata come quella di un conflitto. Esattamente come nel caso della guerra tra Ucraina e Russia, definita da buona parte dell’opinione pubblica come “la prima guerra di Internet”.

Ad un occhio inesperto, i social possono sembrare simili e interscambiabili, ma non è così: ogni piattaforma online ha le proprie specifiche caratteristiche che le distinguono dalle altre. In un conflitto, al fine di ottenere buoni risultati comunicativi, è importante conoscere queste differenze per sfruttare al meglio il canale e far passare i messaggi che si vogliono veicolare nel migliore dei modi.

L’approccio del leader politico ucraino, Zelensky, e di quello russo, Putin, è antitetico.

Il primo si mostra al mondo, si rende visibile sui propri account attraverso video amatoriali, sfruttando al massimo il potenziale dei social e trasmettendo il senso di vicinanza e di coinvolgimento nella lotta contro l’invasore; il secondo tende a nascondersi, o meglio, a mostrarsi solo in contesti ufficiali e istituzionali, distante dalla realtà, dal popolo e dai suoi stessi collaboratori. Zelensky sfrutta canali social quali Facebook e Instagram per documentare e mostrare gli orrori della guerra, come fosse un giornalista. Putin, al contrario, oscura i domini relativi al conflitto in Ucraina, negando al suo popolo la possibilità di documentarsi e di sapere cosa succede oltre i confini nazionali. Secondo Will Media, sarebbero più di 900 i domini oscurati dall’inizio della guerra, di cui più della metà solo di notizie.

Seppur una comunicazione tradizionale come quella russa – via canali ufficiali – può sembrare più costruita, in realtà anche dietro i video amatoriali del presidente ucraino vi è una buona dose di studio da parte di esperti del settore. L’unica differenza è lo scopo: Zelensky vuole emozionare e toccare la sensibilità dell’Occidente, Putin vuole mostrarsi forte e imperturbabile, come capo (supremo) di una nazione che non abbassa la testa e non cede.

Seppur si possano considerare i social come semplici canali comunicativi, in realtà sono anche spazi virtuali in cui utenti di tutto il mondo esprimono la propria opinione esercitando una forza comunicativa senza eguali. Se nel passato l’opinione pubblica aveva un’importanza pressoché marginale, oggi gli utenti riescono ad influenzare le dinamiche del “potere”, ad esempio quello economico. Sono molti i brand che, per via delle pressioni dell’opinione pubblica, di celebrities e non solo, hanno scelto di interrompere temporaneamente la vendita dei propri prodotti in Russia, soprattutto nel mondo del lusso. E le influencer russe, come risposta alle restrizioni, hanno dato vita ad un nuovo trend di “distruzione” dei prodotti simbolo dell’economia occidentale (come Apple o Chanel). Il numero sempre maggiore di creators e di influencer che utilizzano i propri profili per diffondere una corretta informazione sul conflitto si oppone poi agli influencer “assoldati” dalla politica russa, con lo scopo di supportare la campagna d’occupazione.

Insomma, nuovi modi di comunicare e nuovi modi di protestare: la guerra a cui stiamo assistendo oggi in Europa si combatte (anche) a colpi di post, oltre che nelle raccapriccianti e anacronistiche modalità tristemente descritte dalle immagini provenienti dai territori di guerra.

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